Nel pomeriggio del 5 settembre il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato il decreto attuativo sull’Ape volontaria, a questo punto manca solo l’ultimo step da superare alla Corte dei Conti, prima di arrivare alla pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale. Questo significa che c’è la possibilità di andare in pensione a 63 anni e la misura sarà retroattiva al 1 maggio 2017. Ad oggi ci sono però dei problemi con banche e assicurazioni.
Le date dell’effettivo avvio dell’Ape sembrano stabilite tra fine settembre e inizio ottobre, non tanto per l’attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che sarà imminente ma, per la mancanza di un accordo quadro con Abi e Ania (banche e assicurazioni) per definire un tasso d’interesse sul finanziamento e la misura del premio assicurativo che copra il rischio di premorienza.
Il punto fondamentale sta nel tasso d’interesse, stimato in un primo momento dal Governo al 2,5%, che salirà al 3,5% quando l’Ape sarà varata. Questo succede perché le condizioni di mercato sono cambiate e con molta probabilità cambieranno ancora e con esso aumenterà il tasso d’interesse quindi chi chiederà in futuro l’anticipo pensionistico pagherà meno.
È ufficiale, così come per l’Ape social partita con forte ritardo, i lavoratori che avranno maturato i requisiti per l’anticipo pensionistico tra maggio 2017 e l’entrata in vigore del decreto, potranno richiedere gli arretrati dal 1 maggio, purché facciano richiesta entro i primi 6 mesi.
L’Ape volontaria riguarda sia i lavoratori autonomi che dipendenti che abbiano raggiunto i 20 anni di contributi che chiedono di andare in pensione a 63 anni, ossia 3 anni e 7 mesi prima del normale tetto pensionistico. Il prestito però non è gratuito, infatti, i beneficiari dovranno chiedere un prestito alle banche da restituire a rate in 20 anni a partire dalla data di raggiungimento della pensione di vecchiaia. E qui entra in gioco il tasso d’interesse che potrà ridursi in molti casi per merito delle detrazioni fiscali sull’Ape al 50%.
L’età pensionabile aumenta di anno in anno, infatti, nel 2018 sarà a 66 anni e 7 mesi, mentre nel 2019 salirà a 67 anni e questo andrà a gravare sull’Ape. Il Decreto prevede un “opzionale” finanziamento supplementare che tenga in conto dei 5 mesi aggiuntivi e faccia ovviamente aumentare l’importo della rata mensile da restituire. Sembrerebbe che, appunto, la clausola sia opzionale e che ai lavoratori che decidano di non servirsene sarà comunque garantita l’uscita a 63 anni. Si tratta, però, di un punto che desta diverse perplessità e sul quale stanno discutendo i sindacati.